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  • 21
  • giu
  • 2011

La lettera di Fabrizio Corona a Lele Mora

Di Elide Messineo, in Caduti in Disgrazia.

Dopo l’arresto di Lele Mora s’è già detto di tutto e di più. Ciò che colpisce maggiormente, è il fatto che il celebre agente VIP stesse tentando di recuperare la sua immagine, distrutta qualche anno fa, ma facendo il gioco sporco e si sa, in questo modo nn si può andare molto lontano.

Ad intervenire sull’accaduto, adesso, è Fabrizio Corona, che con Lele Mora ne ha viste di cotte e di crude e che ha deciso di scrivere una lettera al suo amico (ormai possiamo considerarlo ancora così e non un’amicizia conclusa da tempo) direttamente dalle pagine del suo Corona Star’s, raccontandoci un po’ di storia e non solo. Nonostante tutto, Fabrizio sembra avere un cuore ed esprime, a modo suo, il suo affetto nei confronti di Mora:

Sono passati tanti anni da quel pomeriggio in cui mio padre tramite l’ex photoeditor di Chi, Alfredo Chiesa, mi prese appuntamento alle 4 del pomeriggio in viale Monza 9. Facevo il giornalista, scrivevo, ma soprattutto lavoravo presso la casa di produzione che mio padre aveva appena aperto. Producevamo un programma che si chiamava Olimpia su Telemontecarlo: fu la Rai ad acquisirla e, secondo le leggi bigotte e stupide dei rapporti di nepotismo e raccomandazioni vigenti in questa buffa azienda nazional-popolare, fui costretto a trovarmi un lavoro.

Lele fu subito gentile con me, forse si innamorò a prima vista. In quel momento lui era il Divino, il Re Assoluto. Gestiva i più grandi: Simona Ventura, la Estrada, La Casalegno, la Ferilli, De Sica… Io, assistente provetto, lo accompagnavo a tutte le riunioni: Lele faceva i palinsesti Rai e Mediaset e spostava i suoi artisti come pedine da un’azienda all’altra, da una rete all’altra, mettendoli sempre nei posti e nei programmi più di spicco. Aveva ville stratosferiche in Sardegna, i suoi pranzi e le sue cene erano minimo da 30 persone e pagava sempre lui. Il budget dei suoi regali natalizia ammontava a un milione di euro, accontentava sempre tutti. Ha tolto sempre a sé stesso per dare agli altri, compreso me. Lele viveva alla giornata, spendeva oggi pensando che domani avrebbe guadagnato ugualmente.

Che a ogni tipo di problema avrebbe sempre trovato una soluzione: non aveva limiti. Quando io ridendo gli chiedevo “E se poi diventiamo poveri?”, lui rispondeva: “Non succederà mai, amore mio”. Da allora ne sono successe di cose, sono cambiati i governi, i politici, le televisioni… Tante fregature, tante umiliazioni e soprattutto tante delusioni. La prima su tutte Simona Ventura e poi tante altre… compreso me. Soprattutto me, perché al momento del bisogno lui c’era sempre stato, ma quando poi è stato lui a chiedermi aiuto, io non c’ero. Mi ha dato tutto, mi ha sempre messo al primo posto: ma il mio carcere e la nostra indagine hanno rappresentato un punto di rottura. Eravamo innocenti, ma forse eravamo diventati troppo potenti. E questo ci ha portato alla rovina: sono entrato che ero un bravo ragazzo e sono diventato cattivo. In due anni ne ho combinate di ogni. E quando ho toccato il fondo ho deciso di ripartire e il primo tassello è stato cancellare il passato: da un giorno all’altro non ho più frequentato né lui, né tutta la sua gente. Mi sono rimboccato le maniche e ho ricominciato. Dopo anni di silenzio ecco la sua chiamata, il mio silenzio. Sarò stato egoista ma ricominciare con lui sarebbe stato come riprendere in mano tutto. Poi a Natale sono stato a casa sua per fargli gli auguri perché durante le feste si sente il bisogno di stare vicino alle persone care. E lui mi è caro. Ma non era più la stessa cosa: forse i troppi colpi, i troppi problemi, le troppe delusioni lo avevano ferito troppo. Ieri eravamo in riunione. Il mio direttore mi dice: “Aspetta aspetta: ordine di arresto per Lele”. Mi si gela il sangue: ho fatto qualche telefonata, niente da fare, lo stavano già portando in carcere. La stessa sera mi sono ritrovato al ristorante, con la sua famiglia, i suoi collaboratori, tutti distrutti. La sua guardia mi ha raccontato una cosa che mi ha messo una tristezza unica: Lele non ha mai chiesto niente a nessuno, ma mentre lo portavano via ha scritto un sms a un amico, la sola persona a cui poteva rivolgersi: aiuto aiuto, aiuto… Oggi non riesco a smettere di pensare a lui, ma non voglio immaginarlo disperato in quella cella. Il Lele che conosco ha su il grembiule e un gran sorriso. E cucina per tutti i suoi compagni di cella, li intrattiene, gli da i consigli giusti per riuscire nella vita. Perché sono convinto che uno come lui è impossibile inventarlo. E soprattutto e impossibile distruggerlo…

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